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Martedì, 01 Dic 2009
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Ceramici tradizionali PDF Stampa E-mail
Scritto da gruppo tellus   
Giovedì 08 Ottobre 2009 12:17

Ceramici tradizionali

Con il termine "ceramici tradizionali" sono indicati i prodotti ottenuti da materie prime inorganiche, formati a freddo e consolidati mediante cottura. Questi ceramici sono impiegati da lungo tempo, e perciò considerati "tradizionali". Sono ottenuti da materie prime molto diffuse in natura nelle quali le argille, insieme con altri silicati, giocano un ruolo decisivo.

Il carattere ceramico nasce dalla composizione chimica in quanto son presenti elementi di carattere sia metallico e sia non metallico che danno luogo a forti legami primari, responsabili della durezza e della fragilità. Molte volte hanno strutture disordinate e, quindi, non presentano un pungi di fusione, ma un intervallo di rammollimento. A freddo non presentano plasticità e non possono essere formati come i metalli.

La stabilità chimica di questi ceramici è eccezionale. In pratica, è inesistente la corrosione dovuta agli agenti atmosferici, a temperatura ambiente.

La classificazione dei prodotti ceramici tradizionali, utilizzati in edilizia, è basata sul campo di applicazione:

  • elementi per solai, pareti, coperture (laterizi);
  • convogliamento di fluidi e scarichi (tubi in grès);
  • apparecchi per servizi igienico-sanitari (sanitari);
  • rivestimento di pavimenti e pareti (piastrelle).

Questa classificazione può essere integrata con ulteriori suddivisioni, in funzione di altri parametri, quali:

  • la struttura, porosa o compatta;
  • lo stato della superficie, smaltata o non smaltata;
  • il supporto, bianco o colorato.

La differenza esistente tra prodotti a tessitura porosa e quelli a tessitura compatta è dovuta alla temperatura di cottura. Nel primo caso, infatti, la cottura avviene a temperatura relativamente più bassa per cui si ottiene un materiale resistente, ma poroso. Nel secondo la cottura è spinta fino a provocare la formazione di una pasta omogenea, senza pori.

Tecnologia di fabbricazione: aspetti generali

Per la fabbricazione dei prodotti ceramici tradizionali sono richieste materie prime in grado di svolgere la funzione:

  • plastificante;
  • strutturale;
  • fondente.

Funzione plastificante

I ceramici sono foggiati a crudo, da impasti con diverso contenuto di acqua, in funzione del metodo di formatura adottato. L'impasto, ai fini della lavorabilità, deve avere una certa plasticità, una condizione cioè per cui una pressione a esso applicato possa deformarlo senza rottura e, d'altra parte, conservare la forma acquisita anche dopo la rimozione della pressione. La plasticità, acquisita in presenza di acqua, è perduta dopo essiccamento. Essa è irreversibile dopo riscaldamento a 500-600 °C.
Le materie prime, plastiche per eccellenza, sono le argille (silicati idrati di Al, Ca, Mg ecc.). La loro plasticità è conseguenza della struttura mineralogica, della granulometria molto fine (minore di 4 µm) e della morfologia delle particelle nonché di fenomeni colloidali che caratterizzano il sistema argilla-acqua.

Funzione strutturale

L'essiccamento e la cottura sono accompagnati da fenomeni fisici e chimici (avvicinamento delle particelle, formazione di fasi fuse) cui sono associati variazioni dimensionali, in particolare ritiri. Queste deformazioni, se eccessive, mettono in pericolo l'integrità dei manufatti. A ciò si aggiunga il rischio connesso con un'eccessiva plasticità dell'impasto: maggiore è la plasticità, minore è lo sforzo da applicare per avere deformazione, ma aumenta il pericolo che il pezzo crudo si deformi sotto il proprio peso. Per contrastare questi effetti si utilizzano aggiunte di "smagranti" i quali hanno la funzione di costituire uno scheletro rigido. Gli smagranti, in genere. sono sabbia silicea o argilla torrefatta macinata (chamotte).

Funzione fondente

Per raggiungere le caratteristiche meccaniche desiderate, è fondamentale che durante la cottura si formi una fase liquida che vada a riempire la porosità lasciata o dall'acqua durante l'essiccamento, o prodotta dalla liberazione di composti gassosi. La diminuzione della porosità è tanto maggiore quanto più elevata è la quantità di fase liquida che si forma. Nel corso del raffreddamento il liquido forma un vetro compatto che costituisce la matrice del prodotto. Le materie prime fondenti sono il carbonato di calcio, i feldspati (silico-alluminati di K e Na), l'ossido di ferro, i fosfati.

Ciclo tecnologico

Preparazione degli impasti

I differenti prodotti ceramici si preparano con procedimenti assai simili. Un diagramma di lavorazione generico è il seguente.
a) Approvvigionamento delle materie prime e loro caratterizzazione. La scelta della materia prima deve tener conto che: le argille per mattoni e laterizi possono contenere una notevole quantità di composti di ferro e di carbonato di calcio, purché uniformemente diffuso; le argille per prodotti più fini devono "cuocere bianche" e pertan, contenere un basso contenuto di ferro e di altre impurezze coloranti
b) Atmosferizzazione del materiale argilloso. Talvolta l'argilla, subito dopo l'escavazione, è esposta agli agenti atmosferici per lunghi periodi. L'alternarsi del gelo e del disgelo e del caldo e freddo si traducono in un'azione meccanica di disintegrazione delle particelle, con conseguente incremento della plasticità. Si registrano anche trasformazioni chimiche, quali per esempio quelle riguardanti composti ossidabili.
c) Frantumazione e macinazione. Operazione preliminare alla macinazione è la frantumazione che assicura il miglior rendimento dei mulini. La macinazione fine si compie sia a secco sia a umido. Al fine di evitare l'inquinamento da ferro metallico, per effetto della macinazione, i materiali bianchi per porcellane e terraglie sono macinati in mulini rivestiti con piastre di porcellana o pietre di silice e con corpi macinanti dello stesso materiale.
d) Vagliatura. La vagliatura dei materiali ha lo scopo di eliminare sia le particelle non sufficientemente fini sia eventuali corpi estranei.
e) Dosaggio e miscelazione. Le materie prime, macinate, sono dosate, mescolate e omogeneizzate per ottenere gli

impasti da sottoporre a formatura, essiccazione e cottura.

Formatura

I metodi di formatura possono essere classificati in funzione del contenuto di acqua dell'impasto di partenza; ai vari metodi corrispondono diversi livelli della pressione esercitata per deformarlo nella forma voluta. In ordine crescente del contenuto di acqua dell'impasto, i metodi sono:

  • pressatura;
  • estrusione;
  • colaggio.

Pressatura
La pressatura consiste nella compattazione di polveri, aventi umidità del 5-7%, in appositi stampi. La pressione applicata deforma, riassetta e pone in intimo contatto i granuli d'impasto, con il risultato di ottenere un prodotto compatto, con caratteristiche meccaniche sufficienti a resistere alle sollecitazioni che il pezzo dovrà subire nelle successive lavorazioni (movimentazione, applicazione dello smalto ecc.).
La pressatura isostatica si compie per effetto di una pressione esercitata sul materiale da tutte le direzioni. Consente di ottenere uniforme densità nel pezzo finito.

Estrusione
Il manufatto, formato per estrusione, deve essere confezionato con una pasta contenente acqua in quantità variabile tra il 15 e il 20%. La pasta è alimentata con un apparecchio pulsore (ad elica, a cilindro o a stantuffi). talvolta disaerata per migliorarne la compattezza - mediante passaggio in una camera sotto vuoto - e sollecitata contro un'apertura a sezione prestabilita (filiera). Di questa ne assume il profilo fuoriuscendo, poi, in forma continua e suscettibile di esser tagliata in pezzi della lunghezza desiderata. Il componente estruso può essere ancora sagomato per stampaggio (tegole).

Colaggio
L'impasto per il colaggio è una sospensione acquosa, con contenuto di acqua variabile tra i130 e il 40%. L'impasto, detto barbottina, nelle tradizionali tecniche di colaggio, è versato in uno stampo poroso, in genere di gesso, riproducente la forma del manufatto da realizzare. Lo stampo, assorbendo per capillarità la maggior parte del liquido, promuove la consistenza della pasta. Il pezzo, staccatosi dallo stampo in conseguenza del ritiro, è rimosso ed è pronto per l'essiccazione e la successiva cottura. Tale procedimento di formatura, semplice ed economico, si riserva alla produzione di oggetti di grandi dimensioni, difficilmente ottenibili per pressatura.

Essiccazione

L'essiccazione ha lo scopo di allontanare dai pezzi formati l'acqua d'impasto, in modo controllato, così da salvaguardare l'integrità e la regolarità di forma e dimensione dei pezzi. La rimozione dell'acqua avviene in due stadi distinti. In un primo stadio si ha la diffusione dell'acqua liquida verso la superficie del pezzo. Nel secondo, l'acqua evapora dalla superficie del pezzo. L'essiccamento provoca un progressivo avvicinamento delle particelle dell'impasto, con conseguente compattazione e ritiro dimensionale. I pezzi formati si essiccano mediante circolazione di aria.

Cottura

La cottura è l'operazione atta a provocare una modifica fondamentale del prodotto crudo. Si forma un manufatto dotato di resistenza meccanica e di resistenza agli agenti chimici. La cottura consiste nel riscaldamento e successivo raffreddamento dei pezzi essiccati. In aggiunta alle trasformazioni permanenti, la cottura è accompagnata anche da modificazioni temporanee del solido, quali dilatazioni-contrazioni.
Le trasformazioni fisico-chimiche che si verificano nel corso della rottura, sono elencati di seguito.

  • Fino a 200 °C: eliminazione dell'acqua igroscopica.
  • A partire da 300-350 °C: eliminazione dell'acqua zeolitica, combustione delle sostanze organiche e dissociazione dei solfuri.
  • A 573 °C: trasformazione della silice (SiO,) che si trova sotto forma di quarzo a in quarzo /3. Questa trasformazione è reversibile: in fase di raffreddamento la trasformazione opposta interessa il quarzo /3 residuo - cioè quello che a temperatura elevata non si è combinato - presente nel cotto. Le due fasi hanno volumi specifici differenti, con conseguente possibilità di rotture del manufatto, in special modo in fase di raffreddamento.
  • Da 600 a 800 °C: collasso del reticolo dei minerali argillosi e liberazione dell'acqua di costituzione.
  • Intorno a 900 °C: decomposizione dei carbonati con liberazione di CO2.
  • A partire da 900 °C: reazione della silice e dell'allumina con altri costituenti dell'impasto e formazione di silico-alluminati. Questi impartiscono al corpo ceramico le caratteristiche proprietà fisico-meccaniche.
  • A temperature superiori ai 1000 °C, differenti secondo la composizione della pasta, i silico-alluminati iniziano a rammollire e a fondere, dando origine alla formazione, nel successivo raffreddamento, di una fase vetrosa. Questa, inglobando le particelle meno fusibili, impartisce al prodotto durezza e compattezza.
L'evolversi di queste reazioni, in funzione delle materie prime impiegate, condiziona la microstruttura del prodotto cotto. Fino a 600 °C la massa è sempre porosa con ampia porosità aperta. Nel caso dei prodotti ottenuti da materie prime contenenti carbonati (laterizi e alcuni tipi di piastrelle). la porosità tende ad aumentare intorno a 800-900 °C, per effetto della decomposizione di tali composti.
Questi medesimi impasti, se riscaldati a una temperatura superiore a 1050-1100 °C, giungono a una repentina fusione, con conseguente afflosciamento e collasso del pezzo, data l'elevata fluidità impartita dall'ossido di calcio alle fasi fuse. Di conseguenza, i prodotti ottenuti da impasti contenenti carbonati debbono essere cotti a temperature inferiori a 1050 °C. In tali condizioni vi è una modesta quantità di fase liquida e conseguente presenza, nel prodotto finale, di una struttura porosa.

I rivestimenti

Si suddividono in due categorie: rivestimenti vetrosi e ingobbi.
I rivestimenti vetrosi sono costituiti da vetri fusibili di differente composizione e si dividono, a loro volta, in vetrine (vernici) e smalti. Le vernici sono trasparenti, gli smalti opachi.
Le vetrine sono rivestimenti superficiali capaci di occludere i pori e rendere la superficie dei manufatti liscia e lucente. Le vetrine hanno composizione diversa (per esempio ossido di piombo, anidride borica e feldspato).
Gli smalti sono rivestimenti applicati sulla superficie dei pezzi allo scopo di renderla impermeabile o non assorbente, più dura e resistente, più agevolmente pulibile, esteticamente più bella (per quanto concerne colori, brillantezza, decorazioni ecc.).
L'ingobbio è costituito da uno strato di pasta bianca, argillosa, che ricopre l'oggetto e che, a sua volta, è ricoperto con vernice, la quale induce lucentezza. L'ingobbio ha lo scopo di nascondere il colore rossiccio della pasta cotta e conferire maggiore pregio al prodotto.
Variando la composizione varia il comportamento alla dilatazione del rivestimento, consentendo di ottenere un prodotto con coefficiente di dilatazione quanto più prossimo a quello della pasta ceramica. Se, infatti, il coefficiente di dilatazione del rivestimento è superiore a quello della pasta, si registra l'inconveniente della cavillatura, ossia il rivestimento, nel corso del raffreddamento, si strappa. Se il coefficiente di dilatazione del rivestimento è, al contrario, inferiore a quello della pasta, si registra l'inconveniente della scheggiatura.
Il rivestimento può essere applicato in differenti stadi della produzione:

  • sul pezzo crudo, parzialmente essiccato, come nella porcellana tenera o nella terraglia per apparecchi sanitari;
  • sul pezzo sottoposto a un primo trattamento termico, come nella porcellana dura;
  • sul pezzo cotto, come nei prodotti a tessitura porosa (terraglie, faenze).

L'applicazione del rivestimento può essere fatta con diverse tecniche:

  • per immersione;
  • a spruzzo;
  • per spennellatura;
  • per volatilizzazione, così come avviene nella "salatura" del grès.

Prodotti a tessitura porosa

Appartengono a questo gruppo i laterizi, le terrecotte, la faenza e le terraglie.

I Laterizi

Questa denominazione comprende numerosi materiali da costruzione quali mattoni pieni e mattoni forati, tegole, tavelle ecc. Questi prodotti, in genere, non sono rivestiti.
I laterizi, insieme alle pietre da costruzione, costituiscono un materiale di uso comune. La resistenza a compressione è compresa tra 20-50 MPa e può raggiungere i 70 MPa per i mattoni pieni, contro i 15 MPa di un tufo e i 100 MPa di molte pietre usate in edilizia. La resistenza a trazione è molto minore, raggiungendo il 5°% e, di raro, il 10% della resistenza a compressione. I laterizi hanno il vantaggio, rispetto alle pietre da costruzione, di essere modellati in forme regolari, la qualcosa si traduce in una maggiore resistenza meccanica dell'intera muratura, rispetto a quella in pietra.
Per la fabbricazione dei laterizi si possono utilizzare argille non molto pure e a basso punto di fusione. Da escludere argille contenenti resti di pirite, gesso, solfati che sono causa di "efflorescenze" (macchie bianche superficiali sul manufatto finale) e carbonato di calcio in noduli, causa di fessurazione.
La tecnologia di fabbricazione è semplice. L'argilla, mescolata con eventuali addizioni, è macinata con metodologie diverse, in funzione del grado di umidità dell'impasto. Dopo estrusione, l'essiccazione è effettuata recuperando il calore dei forni di cottura. La cottura dei laterizi è effettuata a temperature tra i 900 e i 1050 °C.
La cottura dei laterizi non sempre è uniforme, specie se condotta in forni non troppo moderni. Pertanto una parte del carico può risultare poco cotta, un'altra troppo, sicché i laterizi assumono caratteristiche e nomi diversi:

  • albasi: poco cotti, di colore per lo più giallo chiaro; sono molto porosi e fragili;
  • mezzani: poco cotti, di colore per lo più giallo rossastro, di media porosità e fragilità;
  • forti: cottura giusta, colore rosso vivo; si presentano sonori all'urto; sono i migliori;
  • ferrioli o ferrigni: troppo cotti, ovvero raffreddati velocemente; di colore rosso scuro, molto compatti e quasi vetrificati; nell'utilizzo, la malta vi aderisce male.

Il laterizio nelle costruzioni s'impiega nelle seguenti tipologie:

  • mattoni e blocchi per murature portanti e non;
  • tegole e coppi per coperture;
  • blocchi leggeri per solai e per tutte quelle opere edili a superfici orizzontali o leggermente inclinate;
  • mattoni da rivestimento.

Laterizi per murature portanti

Costituenti delle murature portanti sono i mattoni pieni, semipieni e blocchi, elementi per lo più di forma parallelepipeda.

Mattoni pieni
Sono così denominati gli elementi privi di fori o con una foratura inferiore al 15% dell'area totale della sezione di estrusione. Possono essere impiegati per murature strutturali o di semplice confinamento di ambienti. Le dimensioni, in genere, sono 5,5 x 12 x 25 cm.

Mattoni e blocchi semipieni
Di frequente, nelle murature portanti sono impiegati blocchi semipieni. Sono così definiti gli elementi in laterizio forati, destinati a essere posti in opera con i fori ortogonali al piano di posa. La loro percentuale di foratura varia tra il 15 e il 45%. Gli elementi di formato più grande, il cui volume supera i 5,5 decimetri cubi, sono denominati blocchi: le loro dimensioni sono variabili; l'altezza è intorno ai 25 cm, mentre lo spessore e la lunghezza variano da 12 a 40 cm e da 20 a 50 cm.

Murature armate e blocchi rettificati
Nelle murature portanti, poste in zone sismiche, sono inseriti ferri di armatura verticali e orizzontali. Esse sono chiamate murature armate e i blocchi che le costituiscono hanno adatte forature per l'alloggiamento dei ferri. Un interessante tipo di blocco - oltre a essere fornito di forature adatte all'interposizione di armature verticali e orizzontali - è fresato sui piani delle facce forate, affinché l'appoggio tra un pezzo e l'altro sia perfettamente continuo. Per quanto la produzione di questi blocchi sia un po' più costosa ed esiga impianti particolari, la loro messa in opera risulta molto facilitata, con incremento della velocità di posa. I blocchi sono posti in opera a secco, con spine di centraggio, come un "Lego". Di tanto in tanto si esegue una colata di malta lungo le forature verticali.

Mattoni e blocchi semipieni alleggeriti
I mattoni e i blocchi semipieni possono essere prodotti anche in laterizio alleggerito, ottenuti miscelando all'impasto dell'argilla, prima della loro formatura, materiale combustibile, finemente suddiviso (carbone, segatura di legno, sferette di polistirolo espanso, sansa esausta ecc.). Questi materiali, durante la cottura, bruciano lasciando all'interno della massa piccoli vuoti i quali aumentano le caratteristiche di isolamento termico.

Laterizi per murature non portanti

S'impiegano elementi in laterizio di tipo leggero che possono essere posti in opera sia a fori verticali sia orizzontali (paralleli al piano di posa). Quest'ultima forma di utilizzazione è quella più diffusa. In tali prodotti l'area complessiva dei fori varia dal 45 fino al 70-75% dell'area totale della sezione di estrusione. Con percentuale di foratura fino al 55% possono essere usati anche con funzioni portanti, per costruzioni in zone non dichiarate sismiche.
Prodotti sia in laterizio normale sia alleggerito, presentano dimensioni che variano dai 5,5 x 12 x 25 ai 25 x 25 x 35 cm. Secondo il livello di prestazione desiderato di protezione termica e acustica, tali elementi possono essere assemblati in un unico o in un doppio strato, con l'eventuale inserimento di materiale termoisolante.
Negli edifici, molte volte, la suddivisione dei locali è eseguita con blocchi denominati "tramezze". Il rapporto di foratura è compreso tra i160 e il 65%.

Mattoni per faccia a vista

Le murature costituite di mattoni e blocchi comuni sono rifinite con intonacatura sulla superficie esterna e quindi con tinteggiatura. La muratura faccia vista lascia in evidenza il laterizio con la dimensione e il colore originale. In fase di costruzione ci si limita alla fugatura regolare dei giunti di malta tra elemento e elemento. I laterizi e gli elementi speciali faccia a vista costituiscono la "nobilitazione" del mattone comune per muratura. La loro produzione richiede l'uso di argille selezionate, scelte per dare al prodotto uniformità di colore, costanza delle dimensioni e mantenimento nel tempo delle caratteristiche prestazionali.
Oltre ai diversi tipi di faccia a vista sono prodotti pezzi speciali per archi e colonne, per cimase, cornici e scalini, per pavimentazioni ecc.
Della stessa famiglia fanno parte anche i"listelli" e i "frangisole", elementi a elevata percentuale di foratura, con disposizioni particolari dei setti, per tamponamenti verticali trasparenti caratterizzati da rese estetiche molto suggestive.

Elementi per strutture orizzontali (solai)

Si tratta di elementi di forma pressoché parallelepipeda, destinati a essere messi in opera a fori orizzontali, con l'area dei fori compresa tra il 60 e il 75% . Impiegati nelle strutture orizzontali (solai), che costituiscono i piani di un edificio, sono utilizzati anche come supporto delle coperture.
Possono essere suddivisi in più categorie: elementi per solai da gettare in opera con casseratura, per solai realizzati con travetti (in calcestruzzo armato o in laterizio ad armatura metallica ecc.), per solai preconfezionati a pannelli. Inoltre, possono essere di semplice alleggerimento o collaboranti con la struttura.
Oltre ai solai realizzati con gli elementi descritti, sono impiegati pannelli prefabbricati, composti da una lastra in cemento, armata con tondini o con trefoli di precompressione, e blocchi di alleggerimento in laterizio. I solai in latero-cemento assicurano resistenza al fuoco, protezione termogrometrica, isolamento acustico.

Elementi per coperture (tegole e coppi)

In Italia esistono due categorie di prodotti per coperture: le tegole curve (o coppi) e le tegole piane che, secondo la loro conformazione, prendono varie denominazioni: portoghese, marsigliese, romana
La differenza tra le due categorie, oltre alla forma, è nel tipo di giunzione tra elemento ed elemento: per i coppi la tenuta agli agenti atmosferici è affidata alla semplice sovrapposizione degli elementi, nelle tegole piane una serie d'incastri e risalti su tre lati, assicurano la tenuta richiesta. Si possono ottenere vari tipi di colore sia miscelando diverse qualità di argilla, sia aggiungendo sostanze coloranti, per lo più ossidi metallici, all'impasto. In tal modo si ottengono colorazioni che spaziano dal giallo al rosso al testa di moro.
Sono inoltre prodotti tegole e coppi smaltati in vari colori, e tipi "antichizzati", ai quali è dato artificialmente quell'aspetto che il tempo e l'azione del sole, vento e pioggia conferiscono alle coperture. Quest'ultimo tipo di produzione trova sempre più largo impiego negli interventi di restauro e ristrutturazione.

Tavelle e tavelloni

I tavelloni sono elementi forati, con spessore tra 6 e 8 cm, larghezza di circa 25 cm e lunghezza che varia da 50 a 200 cm e più. Le tavelle hanno analoga forma ma sono di spessore minore (4-6 cm) e di lunghezza massima compresa tra i 40-50 cm.
Le tavelle trovano impiego nelle controsoffittature, nelle "fodere" di pareti verticali e in interventi d'isolamento termico (come coperture di pilastri e cordoli in c.a. per evitare i ponti termici). I tavelloni sono impiegati sia per realizzare strutture orizzontali, appoggiati su travetti o muri, sia per strutture verticali di controfodera o tramezzature. Per quest'ultima destinazione sono impiegati tavelloni "gessati", ricoperti di gesso su una o su tutte due le facce maggiori, onde ottenere una superficie piana senza necessità di ulteriore intonacatura.

Requisiti dei prodotti

I requisiti commerciali dei laterizi sono elencati di seguito.
1) Aspetto: Il numero e tipo delle fessurazioni (superficiali, profonde, capillari); Il numero, dimensioni e posizioni delle scagliature degli spigoli e delle facce di taglio dei pezzi; Il numero delle scoppiature dovute ai granuli di ossido di calcio; L'attitudine all'efflorescenze.
2) Resistenza meccanica: Essa è definita dai valori di sollecitazione a rottura, a compressione (determinata nella direzione di estrusione) o a flessione di pezzi interi o di parti.
3) Tolleranze dimensionali: La precisione assoluta nelle dimensioni dei pezzi di laterizio è impossibile. Sono fissate tuttavia tolleranze sulle dimensioni lineari dei vari prodotti al fine di consentirne un adeguato accoppiamento in opera. Sono considerate anche le tolleranze di planarità delle facce, in particolare, per tegole e tavelloni.
4) Comportamento sotto l'azione degli agenti atmosferici: Si considerano due caratteristiche particolari: non gelività per gli elementi posti in opera all'esterno e impermeabilità per tegole e coppi. La prima riguarda la resistenza al gelo (mantenimento d'integrità e di resistenza meccanica dopo ripetuti cicli di gelo e disgelo). La seconda definisce i limiti del passaggio di acqua dalla faccia superiore all'inferiore in un pezzo, in condizioni definite di tempo e di battente.
5) Porosità e peso specifico: La porosità del laterizio è importante come mezzo di riequilibrio dell'umidità all'interno degli ambienti. Sono fissati limiti minimi e massimi per la porosità, anche in relazione all'assorbimento di acqua.
6) Aderenza della malta.

Terracotte

Per la produzione delle terrecotte si utilizzano argille di tipo analogo a quelle usate per i laterizi. Il colore dei manufatti dipende dalla quantità di ossido di ferro presente nell'argilla di partenza. Le terrecotte si usano per oggetti ornamentali, recipienti ecc. Nel caso in cui le terrecotte siano utilizzate per la produzione di recipienti per liquidi devono essere impermeabilizzate con un rivestimento (vetrina o smalto).

Faenze (o terraglie ordinarie)

Le terraglie ordinarie sono prodotte con argille della stessa natura, o più pure, di quelle usate per i laterizi e le terrecotte. Le terraglie si distinguono da queste ultime per essere ricoperte da un rivestimento vetrificato costituito da una vetrina o da uno smalto bianco o colorato. In alcuni casi le faenze sono ricoperte con un sottile strato di ingobbio. Il manufatto noto con il nome di maiolica è una terraglia ordinaria, ricoperta da uno smalto. che trova impiego nella fabbricazione di piastrelle da rivestimento per interni ecc. La fabbricazione della faenza prevede almeno due cotture. La prima, denominata biscottatura, è eseguita a temperatura intorno ai 950 °C: la seconda, destinata alla vetrificazione del rivestimento, è eseguita a una temperatura di poco inferiore (circa 920 °C). Le piastrelle in maiolica si trovano in commercio nel classico formato 15 x 15. Le piastrelle note con il nome di cotto, sono Faenze non smaltate che trovano impiego per pavimentazioni rustiche di interni.

Terraglie tenere e forti

Appartengono a questo gruppo i prodotti a pasta porosa e a pasta parzialmente vetrificata, ma sempre bianca, che non richiedono uno strato di smalto coprente. La decorazione di questi prodotti è effettuata dopo la prima cottura. Il manufatto è poi ricoperto con uno strato di vetrina e sottoposto a una seconda cottura. Le terraglie si dividono in tenere e forti secondo la resistenza opposta alla scalfittura e le caratteristiche meccaniche. Queste ultime sono strettamente correlate con la composizione delle materie prime e con la temperatura raggiunta durante la cottura. Le terraglie tenere sono cotte a circa 1100 °C e trovano impiego nella fabbricazione di piastrelle da rivestimento e apparecchi sanitari di basso costo. Questi ultimi, infatti, si scheggiano con facilità e sono quindi sconsigliabili per l'aspetto igienico Le terraglie forti, dette anche porcellane opache, sono cotte a 1200-1300 °C
Sono più resistenti e più pregiate delle terraglie tenere e sono anch'esse utilizzate nella fabbricazione di piastrelle da rivestimento e di apparecchi ,anitari. Difetto tipico della terraglia forte è il cavillo che consiste nella formazione di piccole crepe nello strato di vernice.

Prodotti a pasta compatta

Appartengono a questo gruppo i prodotti a massa vetrificata o sinterizzata, come le porcellane, i grès, gli smalti. Caratteristica di questi prodotti è l'impermeabilità.

Porcellana

Sono i prodotti ceramici più pregiati, fabbricati impiegando miscele di caolino, quarzo e feldspato, cotte fino a completa vetrificazione. Secondo la composizione della miscela di partenza, le porcellane possono essere distinte in porcellane feldspatiche, fosfatiche e fritte. Nell'ambito dell'edilizia sono notevoli gli utilizzi delle porcellane feldspatiche. Nel gruppo delle porcellane feldspatiche sono comprese la porcellana classica, la vitreous-china, la porcellana sanitaria.
Porcellana classica. Questa porcellana è detta anche porcellana dura, per distinguerla dalla porcellana fritta, che è detta tenera per la minor durezza dello smalto e la minor refrattarietà. La porcellana classica è prodotta da materie prime a elevato grado di purezza. Il manufatto è foggiato a mano, sul tornio, con forgiatrici meccaniche, o per colaggio in forme. Il manufatto è quindi essiccato e cotto a circa 900 °C affinché acquisisca una consistenza sufficiente alle successive manipolazioni. Il rivestimento con vetrina si effettua immergendo il manufatto in vernici e sottoponendolo quindi a cottura tra i 1380 e i 1420 °C. A queste temperature si ottiene la gresificazione della massa e la fusione della vernice.
I difetti più comuni della porcellana consistono in:

  • screpolature, dovute a difettosa foggiatura;
  • deformazioni, dovute a eccessiva temperatura di cottura;
  • macchie, dovute a impurezze contenute nella pasta.
La porcellana cotta ad alta temperatura senza il rivestimento di vetrina prende il nome di Bisquit e trova impiego nella fabbricazione di statuine, oggettistica.
Vitreus-china. Porcellana di tipo feldspatico, come la classica, cotta però a temperatura più bassa, e cioè fra 1230 e 1320 °C. Per la sua produzione si utilizzano materie prime di buona qualità, ma non pure come quelle utilizzate nella produzione della porcellana classica. Per questo motivo la vitreus-china è una porcellana più economica della porcellana classica.
Porcellana sanitaria. Questa porcellana ha una composizione simile alla precedente e i manufatti sono fabbricati colando la pasta fluida entro stampi di gesso. La porcellana sanitaria più diffusa è quella ottenuta con una cottura unica di pasta e vernice. Fra i prodotti ceramici per uso sanitario, questa è la più usata essendo costituita da una massa compatta. È utilizzata per lavabi, lavelli, water-closed ecc.

Grès

Il grès è un prodotto dotato di porosità in pratica nulla, conseguente alla presenza di una fase vetrosa in quantità del 40-50%. I grès sono caratterizzati da buone proprietà meccaniche (resistenza a compressione 200-300 MPa), da elevata resistenza all'attacco chimico e da una bassa resistenza agli sbalzi termici. Il prodotto è sonoro all'urto e non è scalfito da una punta di acciaio. Si distinguono diversi tipi di grès.
Grès per edilizia. Si presenta compatto e di colore rosso cupo. Si prepara a partire da argille ricche di ossidi di ferro cotte tra 1000 e 1200 °C. È utilizzato, in genere non smaltato, per piastrelle di pavimentazioni di locali industriali o di servizio.
Grès per fognature. Si prepara a partire da argille con elevate quantità di ossidi di ferro. Sono cotte a 1280 °C circa. I prodotti assumono un caratteristico colore rosso. Prima che la cottura si completi, il grès è ricoperto, mediante un sistema detto di salatura, da una patina, affinché le superfici risultino del tutto lisce. La salatura consiste nella vaporizzazione in forno di cloruro di sodio (sale da cucina). I vapori reagiscono in superficie con i costituenti della pasta formando una vetrina silico-alcalina. Questa conferisce una maggiore impermeabilità e brillantezza superficiale. I prodotti così ottenuti presentano elevata resistenza agli acidi e maggiore durezza. Sono idonei all'impiego nelle condutture per fognature e per liquidi ad azione corrosiva.
Grès antiacido o chimico. Questo tipo di grès è molto resistente all'azione di quasi tutti gli agenti chimici. È preparato con materie prime selezionate e cotte a 1280 °C circa. Di colore grigio chiaro o avorio è utilizzato per tubazioni, serpentine, rubinetti, piastre, recipienti, mattoni, piastrelle per ambienti molto aggressivi.
Il grès porcellanato è un materiale duro, resistente agli agenti chimici. antigelivo e impermeabile. È il materiale ideale per la pavimentazione di ristoranti, aeroporti, scuole, centri commerciali. Il grès porcellanato può essere sottoposto industrialmente alla levigatura. Si ottiene così il tipo 1evigato", dotato di lucentezza a specchio.

Clinker

Il clinker è un prodotto vetrificato completamente sinterizzato, con struttura uniforme e omogenea, resistente sia alle aggressioni chimiche (acidi e oli) sia alle sollecitazioni fisiche (urti e graffi). Si ottiene da argille refrattarie cotte a 1200 °C circa. Il clinker trova impiego nella fabbricazione di mattoni e di mattonelle per pavimentazione (di marciapiedi, di officine, per coperture soggette a elevati carichi o a usura o all'azione di agenti chimici) e, inoltre, per il rivestimento esterno di fabbricati.
È facile da pulire anche nelle versioni con superficie lavorata. Ha piccola porosità e minima conduzione termica, quindi buone proprietà termoisolanti.
Appartengono a questo gruppo le piastrelle per pavimenti note con il termine monocottura. Queste si ottengono cuocendo, a 1300 °C circa, miscele di argille e feldspati additivati con coloranti. Le monocotture sono materiali per pavimento resistenti alle abrasioni e al calpestio. Recente¬mente si è imposta anche una monocottura porosa (a supporto colorato) per rivestimento, detta "monoporosa".

Smalti ceramici

Gli smalti ceramici sono prodotti che trovano impiego come materiale protettivo di superfici metalliche (acciaio, ghisa, alluminio, rame) allo scopo di accoppiare alle elevate caratteristiche meccaniche e di formabilità del metallo, le particolari capacità di resistenza agli agenti chimici e all'usura proprie dei prodotti ceramici. La smaltatura prevede la preparazione del metallo di base, l'applicazione dello smalto e la sua cottura. La smaltatura è utilizzata per la produzione di molti oggetti di uso quotidiano quali elettrodomestici, vasche da bagno ecc. La composizione chimica dello smalto varia in funzione dell'applicazione alla quale è destinato. Infatti, lo smalto deve garantire che i coefficienti di dilatazione e di contrazione termici siano uguali a quelli del metallo da smaltare, al fine di evitare formazione di incrinature.

Piastrelle

Le piastrelle ceramiche sono lastre sottili, utilizzate per il rivestimento di pavimenti e pareti, allo scopo di conferire loro caratteristiche e prestazioni di tipo tecnico ed estetico. Esistono tipi di prodotto diversi per materie prime, tecnologia di fabbricazione, colore, superficie (smaltata, ossia rivestita con un sottile strato vetroso, colorato e/o decorato ecc.). Diversi sono i formati.
Nei rapporti commerciali sono tuttora in uso e radicate, nei diversi paesi, atre denominazioni le quali costituiscono un diverso sistema di classificazione.

Fabbricazione

Formatura. Tutti i tipi di piastrelle sono formati mediante pressatura, ad eccezione del clinker e del cottoforte.
Cottura. È effettuata, per la maggior parte dei prodotti, in forni rapidi. Le temperature variano dai 1000-1050 °C per i prodotti porosi, ai 1050-1100 °C della monocottura rossa, ai 1150-1200 °C della monocottura chiara, ai 1200-1250 °C del grès porcellanato. I cicli di cottura variano dai 30 ai 70 minuti.

Sanitari

Gli apparecchi sanitari in ceramica sono fabbricati in:

  • vitreous-china (o porcellana sanitaria); è un prodotto con massa bianca compatta a grana fine (non superiore a 74 µm) avente un assorbimento di acqua non superiore allo 0,5%; è ricoperto da vetrina bianca o colorata.
  • fire-clay (o grès porcellanato); è un prodotto a massa porosa di grana medio-grossa (non superiore a 1,5 mm) avente un assorbimento di acqua non superiore al 13%; è ricoperto da ingobbio greificato e/o vetrina bianca o colorata.
  • fine fire-clay (o grès fine porcellanato); è un prodotto a massa porosa con grana medio-fine (non superiore a 0,5 mm) avente un assorbimento di acqua non superiore al 9%; è ricoperto da ingobbio greificato e/o vetrina bianca o colorata.

A differenza di quanto riportato per le piastrelle ceramiche, nel settore dei sanitari la denominazione "grès porcellanato" corrisponde a un prodotto poroso.
Le serie di sanitari destinati al bagno sono fabbricati quasi esclusivamente in vitreous-china; il fire-clay e il fine fire-clay sono utilizzati per produrre articoli di dimensioni maggiori.

Formatura

La formatura è effettuata per colaggio. Nei processi tradizionali è effettuata a pressione atmosferica in stampi di gesso. Come alternativa ai tradizionali processi manuali esistono impianti di colaggio automatico.

 
Il restauro del calcestruzzo PDF Stampa E-mail
Scritto da gruppo tellus   
Mercoledì 07 Ottobre 2009 11:03

Il restauro del calcestruzzo

Prima di intraprendere qualsiasi riparazione delle strutture in calcestruzzo, è essenziale scoprire la causa o le cause del deterioramento. Lo scopo non è solo quello di documentarne i tipi e l'entità, ma anche di investigare sulla causa o le cause di tale deterioramento e fornire un rimedio appropriato per prevenirlo o limitarlo.

Indagini

Le tecniche d'ispezione devono riguardare:
1. la verifica dell'integrità strutturale, la localizzazione dei ferri di armatura e di eventuali fessurazioni;
2. la qualità e la composizione del calcestruzzo e la stima dei valori di resistenza meccanica;
3. la determinazione della profondità di carbonatazione;
4. l'accertamento delle condizioni dei ferri di armatura.

Prove in situ

Esame visivo

L'esame visivo è il primo passo. È importante registrare quante più informazioni possibili poiché queste possono essere utilizzate per spiegare alcuni fenomeni. Per esempio, il motivo degli alti livelli di cloruri nel calcestruzzo.
La presenza di fessure, di forma irregolare e magari localizzate sulle pavimentazioni, ma non sulle strutture casserate (travi, pilastri ecc.), può essere il sintomo di una fessurazione indotta dal ritiro plastico per assenza di stagionatura umida subito dopo la finitura del pavimento. D'altra parte, la presenza di fessure dislocate in corrispondenza di determinati ferri di armatura, lungo strutture casserate, può indicare che esse sono comparse per effetto del ritiro igrometrico a causa di un'eccessiva quantità di acqua nell'impasto del calcestruzzo.

Magnetometria

Le analisi con il covermeter possono avere tre finalità:
1. localizzare i ferri di armatura, i cavi di precompressione, le legature ecc. anche per evitarli durante il prelevamento di carote o durante l'esame con ultrasuoni;
2. determinare il diametro dei ferri di armatura e l'intraferro;
3. determinare lo spessore minimo del copriferro e le sue variazioni.

Determinazione della profondità di carbonatazione

La determinazione sperimentale dello strato carbonatato si può effettuare, in modo molto semplice, spruzzando sulla superficie di fresca frattura del calcestruzzo una soluzione alcolica di fenolftaleina. Le zone a pH superiore a 9 assumono la colorazione violacea, tipica della fenolftaleina in ambiente basico. In effetti, anche se la fenolftaleina non visualizza il calcestruzzo parzialmente carbonatato, per esempio con pH compreso tra 9 e 11,5, l'errore che si compie nell'individuazione del fronte di carbonatazione è modesto perché il passaggio da pH superiore a 12 a pH inferiore a 9 avviene nello spazio di alcuni millimetri.

Determinazione della resistenza meccanica con sclerometro

L'utilizzo dello sclerometro di Schmidt permette di determinare la resistenza meccanica del calcestruzzo in situ senza eseguire carotaggi. Queste prove in genere sono riportate come "prove superficiali", poiché la resistenza dell'intero calcestruzzo è valutata da prove eseguite sulla "corteccia" del calcestruzzo stesso. Tuttavia, queste prove non distruttive e superficiali presentano notevoli vantaggi:

  • sono semplici e veloci da eseguire;
  • sono di valido aiuto nel decidere dove è opportuno prendere le carote.

Determinazione della velocità delle onde ultrasoniche

La determinazione della velocità delle onde ultrasoniche è descritta in dettaglio in numerose norme nazionali. La prova si basa sul fatto che la velocità degli ultrasuoni nel calcestruzzo dipende sia dalla densità sia dalle proprietà elastiche del materiale. Poiché il modulo elastico è legato alla resistenza del calcestruzzo, la velocità delle onde ultrasoniche può essere usata per stimare la resistenza. La misurazione della velocità è anche influenzata dai difetti nel calcestruzzo.

Stato di conservazione delle armature

La corrosione dei ferri di armatura nel calcestruzzo è il sintomo di degrado più frequente che si osserva nelle strutture in calcestruzzo. Quando le barre dei ferri di armatura iniziano a corrodersi, non si nota perdita di resistenza, ma i risultati della corrosione dei ferri di armatura sono la fessurazione e la frattura del calcestruzzo.
Varie tecniche d'ispezione sono utilizzate per ricercare la corrosione dell'acciaio nel calcestruzzo. Le prove più utilizzate in situ sono quelle di rilevamento del potenziale di semicella e la prova di resistività del calcestruzzo (UNI 9535 e UNI 10174).

Prove in laboratorio

Determinazione della resistenza meccanica del calcestruzzo su carote

Le carote sono prelevate per uno o più dei seguenti motivi:
1. stimare la riserva di resistenza del calcestruzzo (resistenza potenziale):
2. determinare la resistenza del calcestruzzo per l'analisi strutturale;
3. indagare eventuali deterioramenti nella struttura a causa di attacchi chimici, fuoco ecc;
4. dereminare la qualità del calcestruzzo.

Determinazione del contenuto di cemento e del rapporto acqua-cemento

Le metodologie di prova sono descritte in dettaglio in alcune norme. È da tenere presente, in ogni caso, che i metodi analitici possono dare valori:
1. con approssimazione di 40-60 kg/ml per il dosaggio del cemento nel calcestruzzo indurito, con prove condotte su quattro campioni indipendenti;
2. con un'approssimazione di ± 0,15 del rapporto a/c originale su calcestruzzo non deteriorato e non carbonatato, con contenuto di cemento nella gamma di 250-500 kg/m3 e rapporti a/c nell'intervallo 0,4-0,8, - sempre che gli aggregati siano insolubili in acido.

Materiali per la riparazione

Nella maggior parte dei casi, il restauro consiste in una semplice asportazione delle parti deteriorate (o ammalorate) seguita da una sostituzione con malta o nuovo calcestruzzo. L'operazione di sostituzione, che è realizzabile con estrema facilità dal punto di vista tecnico, si presenta invece più problematica per quanto riguarda l'affidabilità del restauro eseguito.

Il problema per questo tipo di interventi è l'adesione tra il nuovo riporto, cioè tra il calcestruzzo fresco e la superficie della vecchia struttura. Un getto di calcestruzzo eseguito su di un getto preesistente non aderisce e tende a distaccarsi. Il motivo è, in genere, attribuito al ritiro, che crea uno scorrimento differenziato tra il getto vecchio e il nuovo, durante la sua essiccazione.

Malte a base di resine

Un caso limite, che per piccoli restauri costituisce una valida alternativa ai metodi illustrati, consiste nell'effettuare il restauro con calcestruzzi, o malte, a base di resina anziché di cemento. La pasta di cemento è in tal caso sostituita da una fase liquida (per esempio resina epossidica o poliestere, pura o in soluzione) capace, a causa della bassa tensione superficiale, di bagnare bene la superficie del calcestruzzo asciutto e di indurire per aumento di viscosità secondo i canoni di un buon adesivo. I requisiti delle resine sono:

  • non essere dannose per la salute;
  • reversibilità, cioè essere rimovibili nel caso di danneggiamento o degradazione per riportare il sistema nelle condizioni preesistenti l'intervento;
  • durabilità anche in presenza di pioggia, raggi solari, UV;
  • compatibilità con il substrato originale, in altri termini esclusione di reazioni chimiche indesiderate tra le resine e il calcestruzzo;
  • non rilasciare prodotti secondari.

I polimeri di più ampio utilizzo sono i poliesteri e gli epossidici.
La reversibilità è un aspetto negativo nell'utilizzo delle resine, in quanto, trattandosi di polimeri reticolati e non più modificabili dopo la posa in opera, sono asportabili solo per degradazione termica a temperature molto elevate (oltre 300 °C).

Le resine poliestere hanno il vantaggio della semplicità, perché tutti i componenti della reazione di curing sono contenuti nella resina liquida; l'induritore è un filler che contiene un catalizzatore in polvere che avvia la reazione. La quantità di filler catalizzante da aggiungere non è, di solito, critica sempre che sia aggiunta una quantità minima soglia. Ciò dà la possibilità di adattare il contenuto di filler al lavoro da eseguire, cosicché il prodotto può essere impiegato come malta semi fluida, malta intonacabile o miscela densa per iniezioni.

Le resine poliestere sono soggette a una reazione molto rapida e, durante questa reazione, subiscono un elevato ritiro.

Le resine epossidiche induriscono per aggiunta di un induritore. La reazione è favorita dalla presenza di un catalizzatore. L'induritore è un liquido la cui quantità deve essere misurata con esattezza per trasformare lo sciroppo base in resina. Un eccesso di ogni componente può portare a una resina indurita più soffice e più debole, per effetto del liquido non reagito. Benché siano stati fatti progressi nello sviluppo di formulazioni tolleranti piccoli eccessi di ogni componente, è necessario che questi due componenti siano usati nelle loro proporzioni corrette. La reazione delle resine epossidiche causa una leggera riduzione di volume allo stato liquido, ma una volta avvenuta la gelazione non vi è un ulteriore ritiro. A differenza dei poliesteri, la reazione di polimerizzazione degli epossidici avviene con un basso sviluppo di calore e, di conseguenza, una trascurabile contrazione termica al raffreddamento.

I formulati di resina possono essere usati come stucco per riempire lesioni. Oltre a unire il calcestruzzo e a ripristinare l'integrità strutturale, la resina iniettata sigilla le crepe, evitando la penetrazione di acqua o di altri agenti aggressivi. L'utilizzo nelle riparazioni del calcestruzzo riguarda in misura maggiore le malte.

Le malte di poliestere sono utilizzate per piccoli lavori e sono impiegate per riparare spigoli rotti e danni locali. Le malte epossidiche, per il loro basso ritiro, sono usate per riparazioni più ampie rispetto alle malte poliestere, sebbene debba essere sempre considerato l'effetto della massa sullo sviluppo di calore. Quando sono usate per spessori fino a 5 mm, la malta epossidica può essere applicata su zone molto ampie; se utilizzate in spessori maggiori, per evitare l'eccessiva tensione dovuta alla contrazione termica, può essere applicata in strati successivi.

Questi materiali presentano una resistenza a compressione dell'ordine di 50-100 N/mm2 . Notevole è la loro tensione di trazione e flessione che sono rispettivamente circa 4 e 6 volte superiori a quella dei calcestruzzi di cemento portland. Questo conferisce loro un ottimo comportamento anche sotto severe condizioni di impatto e di abrasione e il loro uso è raccomandato in riparazioni di spigoli, di giunti di pavimentazione, di gradini delle scale e in altri simili applicazioni. Il vantaggio, rispetto alla malta cementizia, è la maggiore velocità di indurimento.

Trattamenti per i ferri arrugginiti

La maggior parte dei lavori di riparazione del calcestruzzo riguarda il ripristino del calcestruzzo armato in seguito all'arrugginimento dei ferri d'armatura. In genere è necessario rimuovere i prodotti di corrosione dell'acciaio prima di ricostruire il calcestruzzo. L'eccessivo costo di questa operazione può essere evitato solo nel caso di strati di ruggine leggeri, usando trasformatori chimici di ruggine. Tuttavia, i più comuni in commercio non sono adatti nella riparazione del calcestruzzo perché la copertura di fosfato, prodotto da tali vernici, è sensibile all'acqua ed è richiesto l'impiego di un rivestimento di gomma clorurata (caucciù) prima di rimettere il calcestruzzo. Altri trasformatori della ruggine sono a base di tannino, apparendo i più idonei.

Un approccio alla protezione dei ferri di armatura è l'uso delle coperture con resina epossidica, contenente un pigmento anti-corrosivo come il cromato di zinco. Questo sistema dà una buona protezione quando l'intera barra è ricoperta. Invece è rischioso quando è accessibile solo una limitata lunghezza della barra. Se la corrosione inizia oltre la zona rivestita, la ruggine può progredire lungo la barra sotto il rivestimento epossidico. In alternativa, il rivestimento con resine epossidiche a base zinco dà una pellicola che contiene più del 95% di zinco metallico.

Tecniche di riparazione

Quando la corrosione dell'acciaio è avvenuta, il calcestruzzo deve essere rimosso intorno all'intera circonferenza della barra e questo processo di rimozione deve continuare almeno 50 mm lungo la barra oltre l'estensione della corrosione.

Se i ferri di armatura messi a nudo sono arrugginiti, è essenziale rimuovere i prodotti della corrosione prima di iniziare il lavoro di riparazione. La necessità di rimuovere la ruggine è spesso messa sotto accusa quando non vi sono cloruri coinvolti. La questione sorge perché l'acciaio arrugginito è usato nelle nuove costruzioni. C'è una grande differenza. Sui nuovi ferri di armatura la patina molto fine di ruggine è convertita in una pellicola di ossido passivante per reazione con la pasta cementizia alcalina. Se vi è uno spesso deposito di ruggine, come può accadere nel caso in cui il film passivante è stato distrutto e la corrosione ha reso necessario la riparazione, la pasta cementizia del nuovo calcestruzzo o della malta non saranno capaci di convertire la ruggine interamente e non si svilupperà il film passivante sull'acciaio.
La sabbiatura è la via più efficace per pulire l'acciaio. Togliere la ruggine con una spazzola metallica è errato poiché essa incide solo superficialmente la ruggine dando l'impressione ingannevole di una superficie metallica lucida.

L'acciaio pulito e umido incomincerà ad arrugginire entro poche ore se non è ben protetto. Se deve essere incassato nel calcestruzzo non vi è alcun problema poiché, come osservato in precedenza, la ruggine sarà convertita per reazione con la pasta cementizia alcalina. Invece, se l'acciaio deve ricevere un trattamento protettivo (rivestimento epossidico ricco in zinco) questo è più efficace sull'acciaio lucente e pulito. In genere 4-5 ore sono considerate come il tempo massimo che deve trascorrere tra la sabbiatura e l'applicazione del rivestimento.

Trattamenti superficiali

Se lo stato di degrado è solo incipiente, può essere preferibile tentare di difendere la struttura dal procedere dell'aggressione piuttosto che ricostruire le parti ammalorate. Si può ricorrere a trattamenti della superficie de¬stinati a impedire, o ritardare, l'azione degli agenti aggressivi. Simili trattamenti possono essere effettuati anche su strutture nuove al fine di prevenire fin dall'inizio forme di degrado, prevedibili in ambienti aggressivi come, per esempio, le aree urbane o industriali.

La funzione di questi trattamenti è sempre quella di prevenire il contatto con l'ambiente esterno, in particolare con l'acqua o il suo vapore. La via più semplice consiste in una verniciatura effettuata con ricoprenti o sigillanti. La protezione dura per tutto il periodo in cui lo strato protettivo si mantiene perfettamente integro e aderente alla superficie del calcestruzzo, in seguito un'eventuale infiltrazione o condensa di acqua tra calcestruzzo e strato protettivo può trasformare la protezione stessa in un danno piuttosto che in un vantaggio.
Un'altra possibilità consiste nel trattare la superficie del calcestruzzo con impermeabilizzanti e turapori in modo che non sia più bagnabile dall'acqua.

Ricoprenti e sigillanti

Questi formano sulla superficie del calcestruzzo un film continuo, privo di fori, di spessore limitato, che agisce da barriera al passaggio dell'acqua o alla diffusione dell'anidride carbonica. Questi materiali penetrano leggermente nei pori del calcestruzzo. I ricoprenti sono costituiti da una pellicola di 100-300 µm, da applicare in due o più strati, sebbene siano anche usati ricoprenti più spessi.
I ricoprenti e sigillanti usati per il calcestruzzo includono copolimeri epossidici, poliesteri, acrilici, poliuretanici, vinilici, butadienici e polietilenici, vernici alchidiche, bituminose e oleoresinose come olio di lino. Nel ricoprente può essere miscelato un filler affinché sia applicabile con maggior spessore o per migliorare la resistenza all'abrasione. Nei ricoprenti colorati sono utilizzati pigmenti vari.
Un'importante caratteristica dei ricoprenti per calcestruzzo è che l'integrità della pellicola non deve essere distrutta dall'alcalinità del substrato di calcestruzzo. Pitture a base di olio, per esempio, hanno poca resistenza agli alcali e sono usate solo con primer alcali-resistenti.

Impermeabilizzanti

Questi trattamenti sono effettuati con materiali idrofobi che ricoprono il calcestruzzo e impediscono la penetrazione di acqua (per esempio quella piovana). I materiali più importanti di questa classe sono basati su composti siliconici3. La resina siliconica è disciolta in un solvente organico che, con l'evaporazione, deposita la resina idrorepellente sulle pareti dei pori del calcestruzzo. Il silicone può legarsi chimicamente al substrato cementizio. I silani, monomeri della resina siliconica, che possono essere usati non diluiti o diluiti in etanolo, reagiscono con l'umidità presente nei pori per formare la resina di silicone, chimicamente legata al substrato. La reazione non è spontanea e avviene dopo alcuni giorni. I silani hanno molecole piccole che penetrano in profondità nel calcestruzzo (2-3 mm). D'altra parte, essendo costituito da sostanze volatili, il silano applicato evapora facilmente.
Gli oligo-silossani si formano per polimerizzazione del silano monomerico con la formazione di lunghe catene. Il vantaggio di questi composti è che sono meno volatili dei silani monomerici. Sono anche utilizzati trattamenti idrorepellenti basati su soluzioni di stearati in alcool etilico. Come le resine di silicone, esse sono usate nel trattamento di murature e il loro comportamento è simile a quello delle resine di silicone.

Turapori

Questi prodotti penetrano nel calcestruzzo e otturano i pori. Per alcuni materiali la chiusura dei pori è un prodotto della reazione tra il penetrante e i composti già presenti nel calcestruzzo. Gli esempi più comuni di questo gruppo sono i silicati e i fluorosilicati liquidi che reagiscono con l'idrossido di calcio nel calcestruzzo per formare, nel caso di silicati, gel di C-S-H e, per il fluorosilicato, l'insolubile fluorosilicato di calcio. Alcuni sigillanti, come le resine epossidiche o acriliche, possono avere una sufficiente penetrazione da essere considerate turapori per indurimento in seguito a reazione chimica con il substrato.

 
Malte e premiscelati cementizi PDF Stampa E-mail
Scritto da gruppo tellus   
Martedì 06 Ottobre 2009 11:09

Malte e premiscelati cementizi

Si definisce malta cementizia la miscela di leganti inorganici, aggregati fini, acqua ed eventuali additivi organici e/o inorganici, in proporzioni tali da conferire alla miscela adeguate caratteristiche. Essa si differenzia dai calcestruzzi per la sola assenza della componente granulometrica di maggior pezzatura. Per la maggiore area superficiale offerta dagli aggregati, le malte devono avere un contenuto di legante, rispetto al calcestruzzo, maggiore. Una malta cementizia può avere un contenuto di cemento sino a 700 kg/m3.

Dall'iniziale miscela di leganti (calce aerea e/o idraulica), aggregati e acqua, direttamente preparata in cantiere mediante lavorazione manuale in cui, per ottenere un prodotto di buone caratteristiche, molto era dovuto all'esperienza dell'addetto alla preparazione, si è giunti alle attuali confezioni premiscelate in stabilimento. Queste ultime sono pronte all'uso con la sola aggiunta dell'acqua d'impasto e garantite, a priori, di qualità standard, secondo i principi della produzione industriale. Soprattutto, si è passati da un prodotto a bassa specializzazione e vasto spettro di applicazione a una famiglia di semilavorati, ognuno con la sua nicchia d'impiego ottimale.

Le tecnologie di preparazione delle malte offrono elevate garanzie per quanto attiene le caratteristiche prestazionali. Tuttavia, decisive per la qualità finale dei manufatti, sono ancora le tecniche di lavorazione in cantiere.
Per le malte premiscelate e confezionate in sacchi, è il dosaggio dell'acqua, effettuato in cantiere, l'operazione cruciale che influisce sul livello prestazionale. Un eccesso di acqua d'impasto genera una malta soggetta a ritiro e penalizzazione delle caratteristiche di resistenza, mentre una malta con poca acqua d'impasto è di difficile lavorazione. In entrambi i casi, poi, le malte in opera possono essere danneggiate se non sono previste le influenze delle condizioni ambientali (temperatura e umidità relativa) in cui avviene l'indurimento. Per questo motivo, i cataloghi e le schede tecniche dei diversi prodotti riportano sempre le quantità di acqua da aggiungere e le temperature massime e minime oltre le quali se ne sconsiglia l'applicazione.

Tipologie

È possibile individuare, nel panorama delle offerte attuali, varie tipologie di malte:

  • Malte aeree, costituite da calce idrata o gesso più sabbia.
  • Malte idrauliche, costituite da: calce idraulica più sabbia (queste malte presentano caratteristiche di resistenza meccanica superiori a quelle delle malte aeree, ma sempre inferiori a quelle a base di cemento); cementi più sabbia; calce aerea più pozzolana più sabbia.
  • Malte bastarde o composite, costituite da sabbia e due o più leganti allo scopo di combinare i vantaggi di ciascuno di essi; nella composizione è necessario tenere in considerazione le compatibilità dei diversi leganti impiegati.

Le malte sono sempre addittivate, allo scopo di modificarne alcune proprietà allo stato fresco e/o allo stato indurito. Tutte queste malte si trovano in commercio anche nelle varietà ad alta adesione, tixotropiche, fibrorinforzate, termoisolanti, con aggregati leggeri, pompabile, con asciugatura rapida.

Il campo di utilizzo delle malte si può schematizzare nel seguente elenco.

  • Malte per murature: possono essere impiegate tutte le malte elencate in precedenza. Per muri sollecitati sono preferite le malte a base di calce idraulica rispetto a quelle a base di calce aerea, per la maggiore resistenza meccanica.
  • Malte per intonaci: si possono utilizzare tutti i tipi di malte sopra descritte, tenendo presente che la granulometria della sabbia deve essere, in generale, più fine.
  • Malte per sottofondi: per pavimenti realizzabili con elementi rigidi (piastrelle) si usano, in genere, malte composite, con prevalenza di malte costituite da calce aerea e calce idraulica. Si utilizzano, invece, malte cementizie per la posa di rivestimenti flessibili (moquette, linoleum).
  • Malte speciali: a ritiro controllato, anticorrosive, espansive, a presa rapida. Esse sono sempre a base cementizia con aggiunta di specifici additivi.

Malte per intonaci

L'intonaco è uno strato di rivestimento protettivo delle murature. Esso, oltre alla funzione protettiva, assume talvolta una funzione estetica.

L'intonaco deve assolvere alcune funzioni:

  • allo stato fresco, aderire alla struttura senza produrre l'effetto slump (crollo) e, dopo indurimento, legarsi a questa;
  • opporsi al passaggio dell'acqua, senza essere del tutto impermeabile, ma permettendo alla parete la necessaria traspirazione dall'interno all'esterno;
  • essere resistente per far fronte al degrado in genere;
  • non fessurarsi in conseguenza del ritiro.

L'intonaco è costituito da una malta che forma un rivestimento compatto e sottile sulla muratura. Il primo strato, a contatto con la muratura, è il rinzaffo (detto anche intonaco rustico): esso forma la struttura portante in aderenza alla muratura ed è regolarizzato, ma non completamente rifinito. Talvolta, è sostituito da una soluzione "aggrappante" costituita da polimeri dispersi in acqua.

Il secondo strato è la stabilitura, o arricciatura o intonaco civile. Esso ha la funzione di rifinire l'opera e permettere l'applicazione di uno strato protettivo. L'ultimo strato (colla) ha la funzione di proteggere l'intonaco e renderlo gradevole.

Intonaco a base di calce aerea

In un edificio, per creare un ambiente sano e confortevole, dal punto di vista dell'abitabilità, è necessario che i valori di umidità e di qualità dell'aria al suo interno siano contenuti entro determinati valori.
Un intonaco a completa base cementizia ha una scarsa traspirabilità e, quindi, scambierà poca aria con l'ambiente esterno. L'aria, all'interno degli ambienti, risulterà in breve tempo "viziata". Inoltre, il vapore che è prodotto dalle persone, se non ha la possibilità di scaricarsi all'esterno, si condenserà sulle pareti, con conseguenti fenomeni di presenza di superfici bagnate e di eccesso di umidità all'interno.
Per evitare questi inconvenienti, è necessario che tutto l'edificio abbia la possibilità di "respirare" e di interagire con l'ambiente esterno. Quindi il materiale che costituisce la tamponatura delle varie sezioni abitabili dell'edificio deve essere traspirante, caratteristica legata alla porosità della malta. Un intonaco a calce possiede una porosità ben superiore a quella di un intonaco cementizio.
Per la composizione di una malta da intonaco a base di calce, il rapporto volumetrico fra aggregato e legante può oscillare tra valori che vanno da 2 a 3 parti di aggregato a 1 parte di legante. Vale, in ogni caso, il principio che la pasta di calce (legante più acqua) deve riempire solo in parte i vuoti della sabbia che si formano durante il costipamento, per favorire la penetrazione dell'anidride carbonica in profondità.

Intonaco a base di calce idraulica

Le malte a base di calci idrauliche, a differenza delle malte a base di cemento, presentano una notevole porosità. Ne deriva la capacità di costituire un polmone igrometrico che è determinante per lo scambio di vapore ed aria con l'esterno.
La calce idraulica, inoltre, a differenza del cemento, è dotata di un'elevata plasticità che le è conferita dalla presenza della calce al suo interno. Non raggiungendo poi gli elevati valori di modulo elastico caratteristici dei cementi, mantiene flessibilità per sopportare bene le forti escursioni termiche.

Intonaco a base cementizia

Questo tipo di intonaco presenta una notevole resistenza ed una bassa porosità, con conseguente impermeabilità al vapore.
Per evitare rischi di fessurazioni, in questo tipo di intonaco è opportuno che il dosaggio di cemento diminuisca progressivamente nell'applicazione dei diversi strati, dall'interno verso l'esterno.
L'intonaco di finitura, il più delle volte, è costituito da malte a base di leganti polimerici. Tali superfici di finitura conferiscono all'intonaco una protezione compatta, il che è soddisfacente rispetto all'impermeabilizzazione delle strutture. Questa compattezza influisce, però, negativamente sul comportamento dell'intero rivestimento in quanto l'acqua e l'umidità, che si possono accumulare nello strato di fondo del rivestimento, non riescono a evaporare verso l'esterno, con conseguenti rigonfiamenti e rotture del rivestimento.

Intonaco con malta bastarda

L'intonaco a base di sola calce presenta bassa resistenza meccanica, tempi di indurimento piuttosto lunghi. Questi inconvenienti possono essere eliminati o attenuati con l'aggiunta moderata di leganti idraulici. Le resistenze meccaniche che si sviluppano, così come la durabilità, l'impermeabilità all'acqua e la traspirabilità dipendono dalla quantità e qualità dei leganti idraulici presenti.

  • Le malte più comuni sono quelle ottenute aggiungendo alla calce idraulica una quantità variabile di cemento al fine di migliorarne la resistenza meccanica.
  • Un altro tipo di malta composta è ottenuto aggiungendo una piccola quantità di calce idrata alla malta cementizia. Questa combinazione rende la malta più lavorabile e meno soggetta al ritiro e alle fessurazioni.
  • Un'altra miscela è costituita da calce idrata, calce idraulica e cemento, al fine di ottenere una malta adatta agli intonaci esterni.
  • Per il rinzaffo spesso si adopera una malta mista di calce idraulica e di grassello, mescolati nelle proporzioni di 1:1, mentre per l'arriccio, a un volume di legante idraulico sono mescolati 2-3 parti di calce grassa. La finitura, invece, è eseguita con una malta di solo grassello.
La necessità di soddisfare esigenze sempre crescenti, e quindi di ampliare le funzioni dell'intonaco, ha portato verso la produzione d'intonaci pronti all'uso che, oltre a svolgere le abituali funzioni di rivestimento e protezione, offrono altre caratteristiche quali, per esempio, l'impermeabilizzazione, l'ignifugazione, l'isolamento termico.

Intonaci termoisolanti e/o fonoassorbenti

Tali intonaci sono composti da leganti aerei o idraulici, additivi aeranti e aggregati. Questi ultimi sono costituiti, oltre che da una sabbia naturale, da aggregati leggeri quali perle espanse di polistirolo e/o aggregati naturali espansi. Questi garantiscono all'intonaco una struttura microporosa capace di soddisfare i requisiti richiesti.

Intonaci ignifughi

Gli intonaci ignifughi, composti da silicoalluminati, silice fossile e leganti idraulici, sono indicati per proteggere un edificio dall'azione del fuoco, permettendo di soddisfare i criteri:

  • della stabilità al fuoco (R);
  • della tenuta al fuoco (E);
  • dell'isolamento termico (I).

Per la protezione completa delle strutture dell'edificio dalle fiamme, esistono appositi prodotti di rivestimento.
La funzione del rivestimento protettivo antincendio è, soprattutto, quella di incrementare la resistenza al fuoco intrinseca degli elementi. In genere, essi contengono materiali che rallentano la propagazione del calore dell'incendio verso il supporto. Si tratta, per esempio, di materiali espansi naturali come la perlite e la vermiculite, di fibre minerali come la lana di roccia, oppure di perle di polistirene espanso, insieme ad additivi polimerici e a leganti cementizi.

Prodotti antifessurativi

Gli intonaci sono soggetti a fessurazione dovuta al ritiro in fase plastica delle miscele fresche. L'obiettivo da perseguire è quello di evitare che le fessurazioni interessino l'intero spessore dei manufatti. Questi, infatti, sarebbero compromessi già prima di iniziare la propria vita di servizio.
Un efficace prodotto antifessurazione intercetta la fessura non appena si comincia a formare, in corrispondenza della superficie del manufatto. Per limitare l'apertura delle fessure, si inseriscono negli intonaci, così come nei massetti di posa dei pavimenti, armature in forma di reti. L'armatura non svolge funzioni statiche ma solo di "cucitura" delle fessure stesse. Accanto alla soluzione tradizionale rappresentata dalle reti metalliche annegate nelle miscele, è possibile fare riscorso a prodotti innovativi come fibre o reti in polipropilene.

L'umidità negli edifici. Intonaci macroporosi

La presenza di acqua all'interno e all'esterno della costruzione costituisce uno dei fattori scatenanti di molte patologie di degrado. Va tenuto presente, in ogni caso, che la presenza di acqua nell'edificio può essere controllata e contenuta, ma mai del tutto eliminata. Fattori naturali come la pioggia o l'umidità atmosferica, infatti, sfuggono a qualsiasi forma di controllo totale.

Le cause della presenza di umidità negli edifici possono essere suddivise in due principali gruppi:

  • cause endogene
    - acqua residua nei materiali di costruzione dei paramenti murari (laterizi);
    - scarsa manutenzione di pluviali, condutture, serbatoi, fognature;
    - cattiva impermeabilizzazione di terrazzi e coperture.
  • cause esogene
    - acqua nel terreno che può infiltrarsi nelle murature interrate oppure essere assorbita nei muri, per il fenomeno della risalita capillare;
    - vapore acqueo atmosferico che può condensare sulla superficie o all'interno della muratura;
    - pioggia che può penetrare all'interno degli edifici sospinta sulle pareti dalla forza del vento.

Queste cause difficilmente si presentano da sole. L'umidità può scatenare un'ampia gamma di fenomeni; tra i più diffusi troviamo:

  • il degrado causato dall'incompatibilità chimica dei materiali della muratura che in assenza di acqua potrebbero coesistere senza generare reazioni chimiche distruttive;
  • il degrado dei materiali per effetto delle pressioni generate dal congelamento dell'acqua all'interno dei pori del laterizio e dell'intonaco;
  • l'esfoliazione e distacchi superficiali degli intonaci dalla muratura per effetto della cristallizzazione di sali provenienti dal terreno o dalle zone più interne del muro.

L'umidità di risalita capillare

La costruzione entra in contatto diretto e costante con il terreno attraverso le strutture di fondazione. Attraverso queste ultime, grazie al fenomeno di risalita capillare, l'acqua penetra nelle strutture di elevazione con un percorso che procede dal basso verso l'alto.
Il fenomeno fisico della capillarità ha origine dalle forze di adesione che si stabiliscono in un "tubicino", di dimensioni ridotte (capillare), tra il liquido in esso contenuto e le pareti del capillare stesso. L'altezza massima di risalita capillare dipende dalla dimensione dei pori del materiale con cui è realizzata la muratura. Il risanamento delle murature interessate da questo degrado deve prevedere l'incremento dell'evaporazione dell'acqua dalle murature verso l'ambiente esterno e l'eliminazione o la riduzione del flusso di acqua che risale dal terreno.
L'impiego di intonaci macroporosi consente di facilitare, grazie all'elevata porosità, l'evaporazione dell'umidità dal muro verso l'ambiente esterno. Non si elimina la risalita capillare di acqua nella muratura (soluzione possibile con la realizzazione di vespai o intercapedini oppure con barriere chimiche), ma si favorisce lo smaltimento dell'umidità, soprattutto, nei periodi di stagione calda e secca.
L'impiego degli intonaci macroporosi da una parte consente un facile smaltimento dell'umidità di risalita ma, dall'altra, non può impedire l'ingresso dell'acqua piovana nella muratura. Si ottiene, dunque, un beneficio in termini di deumidificazione della muratura, solo se essa è situata in zo¬ne caratterizzate da un clima in cui le giornate asciutte e ventilate prevalgono su quelle umide e piovose.

Malte per utilizzi diversi

Malta a ritiro controllato

Malta idraulica composta di cemento, aggregati e additivo superfluidificante. Talvolta è presente anche un agente espansivo. Possono essere fibrorinforzate, a presa e indurimento rapido, a comportamento tixotropico. Alcune versioni sono formulate con prodotti elastomerici che garantiscono alla malta notevole flessibilità in opera. Nelle diverse versioni trova utilizzo:

  • per rappezzi e rifacimenti corticali di superfici in calcestruzzo degradate;
  • per regolarizzare superfici di calcestruzzo;
  • per la formazione di massetti sia galleggianti sia aderenti.

Malta anticorrosiva dei ferri di armatura

Si utilizza nella ristrutturazione di calcestruzzi ammalorati. Il prodotto svolge azione anticorrosiva sui ferri e di strato di aggrappaggio, sul preesistente calcestruzzo, per i successivi trattamenti nel ripristino volumetrico.
La malta è costituita da cemento, inibitori di corrosione, resine e additivi. Per favorire un'applicazione uniforme sui ferri, la malta è stesa a pennello su tutti gli elementi metallici. Questa malta non può essere sostituita da un tradizionale prodotto antiruggine che ridurrebbe l'adesione tra barre e calcestruzzo.

Malta impermeabilizzante

Malta costituita da cemento, aggregati fini, additivi riduttori di acqua e additivi idrofughi. In molti casi si tratta di additivi polifunzionali o di miscele studiate per ottenere particolari prestazioni in termini di impermeabilità all'acqua, resistenza agli agenti chimici, adesività al supporto, compattezza finale. Nella versione elastica è indicata per proteggere il calcestruzzo con rivestimenti di elevata flessibilità.
Essa è utilizzata per impermeabilizzare superfici in calcestruzzo, pietra o muratura, contro l'acqua in pressione sia positiva sia negativa.

Malta espansiva

Malta idraulica tradizionale, con aggiunta di agente espansivo e di superfluidificante, utilizzata per ancoraggi nel calcestruzzo di macchinari, strutture metalliche prefabbricate, macchine utensili. Questa malta consente di realizzare conglomerati capaci di compensare sia il ritiro plastico sia il ritiro idraulico. È anche utilizzata per eseguire, mediante iniezione, riempimenti di cavità, fessure in calcestruzzo, rocce, murature.
Il componente che conferisce alla malta l'espansione è l'agente espansivo, presente in percentuali variabili. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di formulati a base di solfoalluminati o di calce o magnesia stracotta o di polveri metalliche.

Malta a presa rapida

Sono oggi disponibili sul mercato malte a presa rapida o medio-rapida.
Al di là delle differenze che possono contraddistinguere i diversi prodotti oggi in commercio, il componente principale è il legante composto da miscele di cemento portland e cemento alluminoso. Sono caratterizzati da tempi di presa molto brevi e prestazioni iniziali elevate, già nell'arco di poche decine di minuti.
L'utilizzo delle malte a presa rapida va dal fissaggio di elementi metallici agli interventi di ripristino. Nella versione tixotropica è utilizzata per fissaggi rapidi su superfici verticali.

Malta a rapidissimo indurimento

È a base cementizia, con aggiunte di alcali che accelerano la presa e l'indurimento. È utilizzata per tamponare perdite di acqua, anche in pressione, in scantinati, gallerie e sottopassi.

Malta per incollaggio o per rivestimenti sottili

Malta adesiva, mono o bicomponente, costituita da aggregati a granulometria fine, cementi e polimeri sintetici. Esse consentono:

  • l'incollaggio di elementi non strutturali (piastrelle, pannelli isolanti);
  • la regolarizzazione di superfici di getti di calcestruzzo o pannelli di elementi prefabbricati con imperfezioni, porosità o zone erose o deteriorate di piccola profondità;
  • la rasatura turapori del calcestruzzo per la successiva applicazione di verniciature o rivestimenti;
  • il rivestimento di protezione del calcestruzzo non armato contro aggressioni di lieve entità (atmosfere marine e industriali);
  • l'impermeabilizzazione di vasche e canali con limitata pressione idraulica positiva.
Nella versione autolivellante è utilizzabile per la finitura di massetti orizzontali e la successiva posa di pavimenti. Nella versione tixotropica per l'utilizzo su pareti verticali o inclinate.

Malta di asfalto per massetti

Si tratta di una massa applicata a caldo costituita da bitume, ghiaietta, sabbia e filler. Il massetto è posto in opera a una temperatura di 180-220 °C nello spessore di 2-3 cm. Questi massetti a base di asfalto presentano impermeabilità all'acqua e al vapore e buone caratteristiche isolanti.

Malta espansiva per tagli di rocce e calcestruzzi

Trattasi di malta molto espansiva da utilizzarsi, in alternativa a esplosivi, per demolire o tagliare rocce e calcestruzzi, con pressioni di spinta fino a 800 kg/cml. Consentono di lavorare in condizioni di assoluta sicurezza e precisione di taglio.

 
Il gesso PDF Stampa E-mail
Scritto da gruppo tellus   
Lunedì 05 Ottobre 2009 10:51

Il gesso

Il gesso utilizzato come legante aereo è il prodotto ottenuto dalla cottura di una roccia di composizione CaSO4 • 2H20, e successiva macinazione. Attualmente si utilizza anche il solfato di calcio proveniente dalla desolforazione dei fumi di centrali elettriche termiche.

Secondo il materiale di partenza, le condizioni di cottura e la sua granulometria, esistono vari tipi di gesso, quali: il gesso di Parigi, il gesso da modellatori, la scagliola, il gesso alabastro ecc.

Produzione e idratazione

Nella produzione dei leganti a base di solfato di calcio si utilizza la pietra di gesso che, sottoposta a cottura, dà luogo, in dipendenza della finezza di macinazione e della tensione di vapore dell'acqua, a emidrato (CaSO4 1/2 H2O) o anidrite (CaSO4), di ciascuno dei quali si conoscono almeno due fasi.

I vari prodotti ottenuti dalla cottura della pietra di gesso hanno tendenza a ritrasformarsi, in presenza di acqua, nella fase stabile CaSO4 • 2H20. A seguito di questa trasformazione, il prodotto di cottura manifesta azione legante. Questa non si conserva, tuttavia, a contatto con l'acqua o se è presente un alto grado di umidità: il gesso, infatti, è un legante aereo.

La formazione di CaSO4 • 2H20, a partire sia dall'emidrato e sia dall'anidrite, avviene con un meccanismo di successive soluzioni e precipitazioni. L'acqua, in eccesso, scioglie l'emidrato e l'anidrite e, nello stesso tempo, forma CaSO4. 2H20. Quest'ultimo, molto meno solubile, ben presto satura la soluzione e perciò precipita. La soluzione rimane in tal modo insatura rispetto all'emidrato e all'anidrite e quindi è in grado di scioglierne ancora, con nuova precipitazione di CaSO4 • 2H2O. Il processo così prosegue.

L'azione legante è dovuta alla formazione in situ della fase solida, cristallina, sotto forma di un intreccio minutissimo di particelle che si ancorano sulle superfici come un feltro. Lo sviluppo superficiale della fase cristallina CaSO4 • H2O, anche se in forma minuta, non è molto elevato, per cui le sue capacità adesive non sono alte. La resistenza a compressione è bassa. Il suo valore, inoltre, è funzione della finezza di macinazione e della percentuale di acqua aggiunta, ed è variabile tra 5 e 15 MPa. Per questo motivo, il gesso legante alcune volte è utilizzato in pasta, ossia senza aggiunte di aggregati.

Caratteristiche e utilizzi

Per rendere l'impasto di gesso plastico e lavorabile ed esser posto agevolmente in opera, l'acqua di impasto è sempre in eccesso rispetto alla quantità stechiometrica. La quantità di acqua d'impasto dipende dalla finezza e dalla forma delle particelle solide. Di solito nella preparazione della pasta di gesso la quantità di acqua e di polvere di gesso è nel rapporto 1:1. La quantità di acqua ha notevole importanza ai fini della resistenza meccanica poiché rappresenta il fattore che, più di ogni altro, influisce sulla porosità della pasta indurita.

La presa della pasta di gesso è molto rapida. Essa è rallentata con l'aggiunta di additivi diversi. La formazione di CaSO4 • 2H20 avviene con sviluppo di calore. Per questo motivo l'acqua calda rallenta il tempo di presa. La velocità di presa è rallentata anche dall'aumento del rapporto acqua/gesso ma, in questo caso, a scapito delle resistenze meccaniche.

La resistenza meccanica è influenzata dal tempo di miscelazione dell'impasto e dal grado di umidità del manufatto indurito. La miscelazione deve avvenire con la massima rapidità per evitare perturbazione nella struttura di cristallizzazione del biidrato in via di formazione. La diminuzione di resistenza meccanica, all'aumentare del grado igroscopico del manufatto indurito, è provocata dalla presenza dell'acqua che agisce da solvente, incrementando il volume dei pori.

In funzione del tempo, le resistenze meccaniche aumentano nei primi giorni, poi sempre più lentamente. Il tempo necessario per raggiungere il massimo delle resistenze meccaniche può estendersi fino a circa un mese. L'indurimento del gesso avviene con aumento di volume di circa l'1%. Ciò comporta fedeltà di riproduzione, per l'ottenimento di calchi, e miglioramento della coesione e adesione, permettendo di "fissare" legno, metallo ecc.

Il gesso presenta buona resistenza all'incendio e non propaga la fiamma. A partire da 60 °C perde acqua di costituzione, cioè quasi il 25% in peso, con un effetto endotermico. Poi, la temperatura rimane bloccata intorno ai 120 °C, fintanto che sono presenti la fase biidrata e la emidrata. La conduttività termica è bassa: il valore K varia con la porosità (cioè con il rapporto acqua /gesso) da 0,10 a 0,16 W/m2 °C. Questi valori sono inferiori a quello del calcestruzzo (K = 0,87 W/m2 °C) e a quello dei laterizi ordinari (1 = 0,6 W/m2 °C).

Il problema del fuoco è molto sentito nel campo delle costruzioni in acciaio poiché, all'aumentare della temperatura, la resistenza dell'acciaio diminuisce e, intorno a 450-500 °C, scende a livelli non compatibili con la stabilità delle strutture. Uno spessore di gesso di 10 mm assicura una protezione per 30 minuti a 800 °C mentre uno di 30 mm una protezione per 40 minuti a 1100 °C. Quindi, una struttura ricoperta con uno strato di gesso rimane protetta dall'azione del fuoco per un certo tempo, la cui entità dipende dallo spessore dello strato. In alcuni paesi le norme di vigilanza antincendio, per le costruzioni metalliche, stabiliscono gli spessori del rivestimento in gesso delle strutture in relazione ai tempi di intervento dei servizi antincendio.

In ambienti con bassa-media umidità relativa la stabilità del gesso è eccellente; invece in ambienti molto umidi o quando è usato per l'esterno, è da temere una sua incipiente dissoluzione. La soluzione che si origina è di natura acida e attacca i metalli quali l'acciaio, il piombo e lo zinco.

La resistenza del legante gesso all'acqua si consegue con diversi metodi. Uno dei più diffusi è l'applicazione sulla superficie di cere, allo stato fuso o sciolte in solventi, o di composti a base siliconica, di fluosilicati di Mg, Al e Zn oppure, infine, di resine sintetiche. Tra queste ultime si ricordano le aceto-viniliche e le furaniche le quali, oltre a impregnare le superfici, riescono a impartire anche una migliore resistenza meccanica.

La formabilità del gesso facilita l'ottenimento di impasti con aggiunte di materiali di natura diversa, destinati anche alla preparazione di pannelli dotati di leggerezza e adatti per l'isolamento termico e acustico, in unione alla capacità di offrire una barriera alle fiamme. Materiali leggeri sono: segatura del legno, paglia, fly ash, loppa espansa. L'utilizzo di schiume di polistirene, polivinilformaldeide e di poliuretano espanso contribuiscono in misura maggiore alle caratteristiche di isolamento termico e acustico. Fibre di vetro, di cellulosa e di cotone aumentano la resistenza a trazione. Ciò consente l'ottenimento di pannelli utilizzati anche nella prefabbricazione.

È sconsigliabile fissare o legare pannelli di gesso con cemento in quanto se tali pannelli vengono in contatto con acqua, anche sotto forma di vapore, si hanno effetti dirompenti sul cemento.

Il gesso è impiegato per leggeri tramezzi divisori, ottenuti o rivestendo con la sua malta reti metalliche, o producendo mattoni forati. È anche adoperato in costruzioni precarie, per esempio in padiglioni per esposizioni temporanee, ove non sia necessario sollecitarlo a carichi eccessivi.

Il gesso è utilizzato sotto forma di malte per intonaci interni, funzionando come supporto per la successiva applicazione di pittura murale e di carta da parati. Il gesso destinato alla preparazione d'intonaci ha una velocità di presa leggermente ritardata, mentre quello destinato alla rasatura ha una presa solo di poco ritardata. Il ruolo del gesso è importante per la regolazione dell'igrometria degli ambienti chiusi, in quanto è capace di cedere acqua in atmosfere asciutte e di assorbirne in atmosfere umide (effetto zeolite).

Macinato sottile dopo la cottura, il gesso è molto adatto per stucchi o decorazioni che, secondo le applicazioni, contengono anche calce, sabbia, polvere di marmo e adesivi vari, con lo scopo di migliorare l'adesione e di ritardare la presa.

Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Ottobre 2009 10:54
 
Calce aerea e calce idraulica PDF Stampa E-mail
Scritto da gruppo tellus   
Venerdì 02 Ottobre 2009 11:04

Calce aerea e calce idraulica

Esistono diversi tipi del legante calce: la calce aerea, che indurisce solo all'aria e la calce idraulica, che indurisce anche sott'acqua e, una volta indurita, resiste al contatto con l'acqua stessa. Nella pratica, si distinguono diverse tipologie di prodotti.

  • Calce viva in zolle: (ossido di calcio).
  • Calce viva magnesiaca in zolle: (ossido di calcio e di magnesio in rapporti variabili).
  • Calce idrata o calce spenta: può derivare anche dalla calce viva magnesiaca e allora sarà una calce idrata magnesiaca. Si distingue in:
    - fiore di calce, con un contenuto di idrossido di calcio e di magnesio superiore al 91%;
    - calce idrata da costruzione con un contenuto di idrossido di calcio e di magnesio superiore all'82%.
  • Grassello.
  • Calce idraulica classica: è consigliata per lavori di restauro del patrimonio artistico e di edifici del recente passato, per evitare discrepanze di materiale rispetto ai materiali utilizzati a suo tempo.
  • Calce idraulica commerciale o cementino: miscela costituita dal 10-15% di cemento portland e dall'85-90% di calcare. Il tutto macinato in polvere fine.

Calci aeree

Le calci aeree sono il prodotto della cottura, a una temperatura di 900-1000 °C, del carbonato di calcio, costituente fondamentale delle rocce calcaree. Sono presenti sempre altri componenti quali carbonato di magnesio, argilla e composti del ferro. Le calci aeree possono essere magre o grasse, in dipendenza dei materiali di partenza e della insufficiente o troppo spinta cottura. La calce è detta grassa quando dà una massa molto plastica la quale rende le malte più lavorabili e più omogenee.

Questi prodotti, in funzione dello stato di avanzamento nella produzione, si suddividono nell'elenco sotto riportato.

  • Calce viva in zolle. Per essere utilizzata come legante deve essere "spenta", ossia idratata per aggiunta di un eccesso di acqua. Tale sistema era usato soprattutto nel passato. L'acqua è assorbita dalla massa che si gonfia e si screpola, raggiungendo una temperatura di oltre 100 °C. Quando l'acqua assorbita è sufficiente per il completo spegnimento, l'impasto assume l'aspetto di una poltiglia lattiginosa (latte di calce) che, lasciata raffreddare e sedimentare, si trasforma in una massa bianca, plastica e untuosa. Lo spegnimento si conclude con una stagionatura della massa in apposite vasche, in cui il grassello è ricoperto da sabbia per ridurre il contatto con l'aria, e la susseguente formazione di carbonato. Nel caso in cui l'idratazione sia incompleta, essa continua quando il materiale è in opera, provocando rigonfiamenti localizzati. Questi difetti, noti come bottaccioli o calcinaroli, sono tipici degli intonaci realizzati con calce non perfettamente spenta. Sono costituiti da piccoli crateri nell'intonaco, prodotti dal sollevamento e dal distacco della malta sovrastante il granulo che si è idratato in ritardo.
  • Calce idrata in polvere. Si ottiene spegnendo la calce viva in stabilimento con una quantità stechiometrica di acqua, nei cosiddetti idratatori. L'esotermicità della reazione permette di ottenere un prodotto finale consistente in una massa secca polverulenta. Come accennato, le norme distinguono la calce idrata da costruzione dal fiore di calce.
  • Grassello. È una dispersione in acqua di cristalli di idrossido di calcio. Questi, per la loro piccolissima dimensione, impartiscono alla pasta plasticità e una caratteristica untuosità al tatto. Si ottiene spegnendo la calce viva in un eccesso di acqua o aggiungendo acqua all'idrato in polvere.

Azione legante

L'indurimento degli impasti, nei quali il legante è costituito da calce idrata o dal grassello, è provocato dalla carbonatazione degli idrossidi ad opera dell'anidride carbonica dell'aria. Il prodotto dell'indurimento è costituito da carbonato di calcio e da carbonato basico di magnesio, se la calce è di tipo dolomitico. La carbonatazione penetra con difficoltà in profondità e il processo di indurimento è molto lento.

Affinché la calce idrata possa manifestare le proprietà leganti, occorre che essa sia posta in opera in strati molto sottili e dispersa in una ragguardevole quantità di sabbia. Si impiega perciò sempre in malta sia per lavori di intonaci sia per legare pietre da costruzione. Nella malta il grado di carbonatazione è maggiore e il ritiro è molto ridotto in quanto gli elementi lapidei si contrastano mutuamente. Il grado di carbonatazione è in stretta relazione con la granulometria della sabbia: se la sabbia è bene assortita, cioè è tale che l'aggregato presenta solo un piccolo volume di vuoti, l'anidride carbonica e, di conseguenza la carbonatazione, avanza in profondità con difficoltà.

L'indurimento dell'impasto avviene perché la fase acquosa si satura in idrossido di calcio. Dal velo liquido che riveste i granuli, si separano i cristalli di carbonato neo-formati. Essi sono dotati di buon potere di aderenza sia verso gli elementi lapidei sia tra loro, costituendo il mezzo cementante del prodotto indurito. Anche se la composizione della malta è corretta, la resistenza meccanica a compressione del manufatto indurito è soltanto di 0,7-1,5 MPa. La scarsa resistenza delle malte è imputabile alla ridotta penetrazione della carbonatazione. Sull'entità di questa hanno notevole influenza le condizioni ambientali. Quando l'ambiente è molto secco o molto ventilato, o la temperatura esterna è troppo elevata, l'indurimento è scadente. Nella costruzione di murature è necessario saturare con acqua, prima della messa in opera, i laterizi o la pietra, nel caso che questa sia porosa, per impedire che sia sottratta acqua alla malta per capillarità. Per conservare la malta umida non si può bagnare il manufatto dall'esterno, a causa della solubilità dell'idrossido.

Le malte di calce e sabbia sono composte, in genere, da 1 volume di grassello e 3 volumi di sabbia o di 1,5 parti in peso d'idrato in polvere per 10 parti di sabbia.

Di maggiore importanza, ai fini pratici, sono le malte ternarie costituite da calce, gesso, sabbia o da calce, cemento portland e sabbia. In entrambe. la calce ha la funzione di migliorare la "scorrevolezza" dell'impasto. Nei climi freddi, al di sotto di 5°C o quando si prevedono abbassamenti bruschi di temperatura, si preferisce impiegare miscele più ricche di cemento in modo che, già alle brevi stagionature, si raggiungano buone resistenze meccaniche. Viceversa, nella stagione calda il contenuto di calce deve essere aumentato per rallentare la velocità di indurimento.

Con le malte di calce, sabbia e cemento si può collegare ogni tipo di pietra, mattone o prefabbricato, a eccezione dei manufatti di gesso i quali sono incompatibili con il cemento che subisce, da parte del gesso, in presenza di umidità, un attacco distruttivo.

La calce magnesiaca, laddove disponibile, è utilizzata più spesso di quella calcica: essendo più scorrevole permette una più rapida lavorazione, con contenimento dei costi della manodopera. Infatti, l'ossido di magnesio si produce nel forno prima dell'ossido di calcio (per la più bassa temperatura di decomposizione del carbonato di magnesio rispetto a quello di calcio) e, a fine cottura della calce, esso sarà leggermente stracotto e si idraterà un poco più lentamente dell'ossido di calcio.

Calci idrauliche

La calce idraulica possiede discrete proprietà idrauliche, le sue malte cioè possono venire in contatto con l'acqua, senza disciogliersi. Infatti, oltre all'ossido o all'idrossido di calcio, nella calce idraulica sono presenti prodotti capaci di indurire e di resistere all'azione dilavante dell'acqua.

Le calci idrauliche sono ottenute per cottura a 900-1000 °C di miscele di calcari argillosi. Il prodotto ottenuto contiene: CaO, C2S e alluminati. Parte del C2S si ritrova sotto forma di polvere fine. Pertanto, dopo aver allontanato questa frazione, il prodotto rimanente è spento con acqua, in quantità stechiometricamente controllata, in modo da trasformare la CaO in calce idrata. Per la presenza di prodotti in grado di reagire con l'acqua, lo spegnimento della calce idraulica è eseguito aggiungendo solo la quantità di acqua necessaria a trasformare l'ossido nel corrispondente idrossido di calcio. Se, infatti, anche il silicato e l'alluminato di calcio fossero idratati durante lo spegnimento, essi non potrebbero poi esplicare le loro caratteristiche idrauliche in fase di impiego. Dopo lo spegnimento, la miscela, detta grappier, è unita alla frazione separata in precedenza: il tutto costituisce la calce idraulica.

Poiché il comportamento idraulico aumenta con il contenuto di C2S e di alluminati, in altri termini al crescere della quantità di silice e allumina, la calce idraulica è valutata per mezzo dell'indice di idraulicità i, variabile in genere tra 0,1 e 0,5, e definito come rapporto fra le percentuali in peso della silice, dell'allumina e dell'ossido di ferro rispetto a quelle della calce e della magnesia. Per una calce eminentemente idraulica, cioè con un indice di idraulicità prossimo a 0,5, i valori della resistenza a compressione dopo 28 giorni sono 5-10 MPa. Il tempo di inizio presa è minore di 4 giorni.

Le calci idrauliche danno malte grasse e plastiche, facili da mettere in opera. La presa è lenta e ciò rappresenta un inconveniente. Le malte diventano impermeabili a tempi lunghi per stagionatura in ambienti umidi o quando sono immerse in acqua. Sono utilizzate per opere che sopportano carichi non eccessivi, per rivestimenti e per malte di sottofondo quando l'ambiente non è aggressivo.

Si possono preparare anche calci idrauliche pozzolaniche o di altoforno. Queste sono miscele polverulenti di pozzolana o di loppa di altoforno basica granulata con ossido di calcio.

Si trovano in commercio, sotto il nome di calce idraulica (cementino), anche prodotti che sono ottenuti adulterando il cemento portland con una notevole quantità di calcare macinato a finezza di cemento e con aggiunte di additivi plastificanti-aeranti. Queste "pseudo" calci idrauliche sono più plastiche e scorrevoli, hanno tempi di presa più rapidi, resistenza a compressione a tempi brevi più elevata rispetto alle calci idrauliche classiche, per cui sono, in genere, preferite a esse.

 
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